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Smentita ufficiale, Smentita ufficiale, "La tassa sugli smartphone non si farą"
06/02/2014

Si temeva il peggio per la super tassa sui device dotati di memoria interna, invece arriva la smentita direttamente dal Ministero dei Beni culturali che con un comunicato ufficiale smentisce tutto.

Il Ministero precisa che  la nuova tassa su smartphone e tablet non sarà mai applicata in quanto l'allarmismo in merito era stato provocato da un malinteso, ossia la necessità di rinnovare il decreto Bondi scaduto del 2009 relativo all'equo compenso per i produttori di contenuti multimediali e non da una nuova proposta di legge.

Il Ministro Massimo Bray sta lavorando ad una soluzione condivisa cercando di trovare un accordo tra tutte le categorie interessate nel rispetto e nella difesa del diritto d'autore che, tramite gli archivi digitali di qualsiasi dispositivo elettronico, rischiano sempre di essere bypassati senza difficoltà per esempio scaricando musica o film dalla rete.

La tassa che si temeva sarebbe stata applicata sull'hitech avrebbe interessato gli smartphone, i tablet, i computer fissi e mobili, ma anche chiavette Usb, hard-disk esterni, Tv con funzione di registratore e decoder; in pratica tutti device che le famiglie italiane nel 2013 posseggono almeno in un loro esemplare se non di più. L'aliquota sarebbe stata pesante e si diceva sarebbe partita da 5,20 euro per smartphone e tablet fino ad arrivare a 40 euro per i decoder con memoria interna da 400 GB.
Da notare inoltre che la tassa incidendo sul prezzo finale dei prodotti sarebbe stata gravata della nuova aliquota Iva al 22%, non poco per una nazione su cui grava una pressione fiscale che supera il 50%.

Fortunatamente però è arrivata la smentita ufficiale dal Ministero a cui si unisce anche Confindustria Cultura Italia che ha sottolineato come sia «priva di fondamento l'ipotesi per la quale l'industria culturale, gli editori e gli autori di questo Paese» abbia «chiesto al Governo una nuova tassa sui dispositivi di nuova generazione (smartphone, tablet ecc). Le cifre che circolano sui mezzi di informazione non corrispondono al vero e servono soltanto a creare disinformazione e inutili polemiche tra gli operatori».

Confindustria Cultura Italia ha sottolineato che «l'adeguamento dei compensi per le riproduzioni personali a scopo privato di opere digitali è un atto dovuto dalla legge ed è finalizzato a sostenere la cultura di questo Paese e i lavoratori del settore. Come succede ovunque in Europa». Non è « in discussione l'innovazione tecnologica a cui l'industria dà linfa e sostegno, mettendo a disposizione le proprie opere a beneficio dei consumatori e del mercato.
Qui si tratta di allineare i compensi al mutato contesto degli utilizzi e dell'evoluzione dei dispositivi di comunicazione elettronica, in linea con i principali modelli Europei che sono di dimensioni ben maggiori».

Ma da dove arrivano queste informazioni presumibilmente errate sugli aumenti?
Si tratta della proposta Siae, approvata dal Comitato consultivo permanente del diritto d'autore e osteggiata dall'industria digitale che a dicembre aveva organizzato una conferenza stampa per denunciare i possibili aumenti finora a carico dell'industria.
Confindustria digitale proponeva, invece, la sospensione per un massimo di 12 mesi del procedimento di revisione del decreto Bondi del 2009, l'attivazione di un tavolo tecnico e il riesame della materia.
Il tema del contendere è il contributo che produttori e importatori di dispositivi elettronici (Pc, chiavette Usb, Mp3, tablet, smartphone, cellulari, Blu Ray cd, dvd e, novità, anche smartv connessi al web) sono tenuti a versare come indennizzo verso i titolari dei diritti di sfruttamento delle opere (musicali e video). Soldi raccolti dalla Siae tenuta poi alla redistribuzione.


Fonte: Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Ministero dei beno culturali

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